Il Kendo e le Olimpiadi di Tokyo 2020: un’opinione (da WAttention)

I Giochi di Rio de Janeiro hanno riacceso il dibattito sulla possibilità che il kendo diventi disciplina olimpica. Sull’argomento vi proponiamo la traduzione di un articolo apparso sul magazine WAttention.

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Foto: Kojiro Kinno, Storehouse

Le Olimpiadi del 2020 si svolgeranno a Tokyo, ma la più rappresentativa arte marziale giapponese, il kendo, non sarà nella lista degli sport olimpici. Eppure il judo era stato introdotto in occasione delle Olimpiadi del 1964, l’ultima volta che l’evento sportivo internazionale si era tenuto a Tokyo.

Se mai il kendo – che letteralmente significa “la via della spada” – dovesse essere introdotto come disciplina olimpica, di certo i Giochi Olimpici di Tokyo sarebbero l’occasione più appropriata per farlo. Tuttavia, il mondo del kendo appare comprensibilmente diviso su questa possibilità.

Come praticante di kendo – ho recentemente preso parte al Campionato del Mondo di Kendo, il giugno scorso a Tokyo – sono d’accordo con chi afferma che il kendo non è come gli altri sport. Innanzi tutto, mostrare un qualsiasi segno di giubilo, mettersi in posa da vincitore o agitare i pugni in aria per esprimere esultanza – reazioni normali e comprensibili di fronte a un punto guadagnato con fatica – nel kendo si tradurrebbero nell’immediata cancellazione del punto stesso, perché rappresenterebbero una mancanza di rispetto nei confronti dell’opponente.

Nemmeno mettere a segno un punto è una questione tanto semplice. Oltre a colpire il punto esatto (testa, braccio, busto o collo) dell’opponente, altrettanto importante è il processo attraverso cui ci si arriva. Ovvero il mostrare una posizione di attacco attiva, lo spirito per mezzo del quale il punto è stato segnato e il suo accompagnamento/completamento (il dimostrare un’ininterrotta prontezza fisica e mentale). Elementi che non prevedono quindi alcuna posa da vittoria.

Il rilevamento elettronico, come nella scherma, o un giudizio espresso sulla base di una moviola, come avviene adesso nel sumo, non sono contemplati. Insomma, la sorte dell’atleta è affidata esclusivamente ai tre arbitri presenti, e alla loro conoscenza della disciplina. Non è inconsueto che un atleta senta di aver perso un incontro a causa di valutazioni imprecise, ma in quel caso lo spirito del kendo impone di riflettere su come il punto che si pensava di aver portato a segno in realtà non fosse sufficientemente efficace. Uno spadaccino molto rispettato in epoca Edo, quando il kendo pose le sue radici, una volta disse: “Esistono vittorie incomprensibili, ma non esistono sconfitte impensabili”. Il che vuol dire che bisognerebbe sempre riflettere sulle proprie sconfitte, e non crogiolarsi nella gloria di una vittoria.

Il kendo è un’arte marziale giapponese che prevede l’uso di una spada di bambù e implica un allenamento rigoroso mirato a sviluppare sia la tecnica di combattimento che il carattere, instillando virtù come il coraggio, l’onore e l’etichetta, con l’obiettivo di vincere il nostro più grande nemico: noi stessi. A differenza di altre arti marziali come il judo, il grado (o “dan”) di ciascuno non è indicato in nessun modo visibile. Non esistono cinture di colori diversi. Il comportamento e la maturità di gioco sono gli unici indicatori – a meno di non chiedere garbatamente “Potrei sapere qual è il suo dan?” (di solito allo scopo di sistemarsi in riga per il saluto rispettando l’ordine di anzianità, secondo il quale le persone più alte in grado si sistemano più vicino al Maestro).

Se il kendo dovesse diventare sport olimpico, la sua popolarità crescerebbe e sempre più persone potrebbero decidere di intraprendere questa strada, ma la disciplina rischierebbe di ridursi proprio a questo, uno sport, in cui la vittoria è dettata da velocità e forza a discapito di tecnica e spirito.

L’ironia persisterà dunque per chissà quanto tempo: perché il kendo diventi uno sport olimpico, l’ostacolo più grande è il kendo stesso. Eppure il kendo è l’unica disciplina al mondo ancora fedele allo spirito olimpionico originario, che mira a coltivare amicizia, rispetto, solidarietà e correttezza. E non la ricerca della fama, di una medaglia d’oro o di un contratto con uno sponsor.

 

Questo articolo è apparso sul magazine WAttention il 2 luglio 2015. Per leggere l’originale:
http://www.wattention.com/opinion-kendo-and-the-2020-tokyo-olympics/

[Traduzione: N.C.]

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