Il kendo e lo Zen nel pensiero del Maestro Takuan

Tratto da Japanese Journal of Religious Studies 5/2- 3 Giugno-Settembre 1978 a cura di Dennis Lishka, Università del Wisconsin, Facoltà di Studi Religiosi ed altri [vedi bibliografia]

SOMMARIO
1. Introduzione
2. Lo Zen e la spada: il contesto storico
3. La tradizione e le lettere del monaco Takuan ad un maestro di spada
4. La via Zen
5. La spada e lo Zen sono una cosa sola (Ken Zen Itchi)
Bibliografia

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Nell’immagine: Il monaco Takuan (in alto) e il maestro di spada Musashi disegnati in una pagina del manga Vagabond

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1. Introduzione

Il maestro Takuan Soho fu una delle figure più rilevanti del Buddhismo Zen e un personaggio centrale nell’immaginario spirituale giapponese. Appartenne alla scuola Rinzai e visse tra il 1573 e il 1645. Il suo nome è estremamente noto nel paese del Sol Levante e spesso compare in romanzi ed opere popolari sino in tempi recenti. Troviamo ad esempio un Takuan saggio monaco viandante nel famosissimo romanzo di inizio ‘900 sulla vita del celebre maestro di spada Myamoto Musashi, che porta il nome del suo protagonista. Analoghe vicende si ripetono in film, telefilm, teatro e manga fino ai giorni nostri. Nello studio della vita di questi due personaggi fatti storici e mito si confondono; la fantasia popolare inoltre spesso accosta i nomi di Musashi e Takuan facendoli incontrare, alcune volte come maestro e discepolo. Questa circostanza è sicuramente indicativa della confidenza con la quale il popolo giapponese accosta i temi relativi al buddhismo Zen con quelli dello studio della spada.

Se da una parte infatti il Buddhismo Zen si è servito del ken-do[1] (la via della spada) per descrivere e sperimentare alcune condizioni come ad esempio “la mente sgombra”, il libero fluire dei pensieri, l’armonia assoluta, il dominio delle emozioni, eccetera eccetera; dall’altra i praticanti di kendo hanno spesso studiato il Buddhismo Zen o si sono avvicinati ad esso, per comprendere quali condizioni mentali e quali giovamenti fossero sperimentati dai  monaci Zen nelle loro teorie sulla pratica della via della spada e come potessero servirsene per i loro scopi.

2. Lo Zen e la spada: il contesto storico

Il Buddhismo Zen giunse in Giappone a partire dal XII secolo e nei secoli successivi incorporò alcuni elementi del  sistema di credenze pre-esistente, shintoista e confuciano. In questa prima fase caratterizzata da continue guerre è opinione condivisa che molti samurai sposarono la nuova religione, attratti dalla tranquillità mentale che questa prometteva sul campo di battaglia e non solo.

Dopo secoli di intense guerre, nel 1600 il Giappone entrò in un periodo di ordine e pace. Questa nuova era assunse il nome del suo fondatore e fu conosciuta come “Periodo Tokugawa”. L’efficienza totalitaristica del nuovo shogun caratterizzò infatti le istituzioni esistenti e i principali valori della società.

La classe guerriera dei bushi, militari professionisti noti anche come samurai, subì più di tutte le altre classi le conseguenze di questi cambiamenti. Le abilità con le armi ed il coraggio in battaglia, fino ad allora considerate qualità principali e imprescindibili, divennero in questo momento di pace responsabilità ingombranti. La chiave di volta fu la leggendaria dedizione del bushi al suo signore, che potè trasformare il suo ruolo da qullo di guerriero a quello di amministratore e burocrate.

Questi cambiamenti, che coinvolsero l’intero modo di vita giapponese, comportarono profondi cambiamenti spirituali e mutarono le necessità sia per la classe dominante sia per i subalterni.

Un maestro buddhista che cercò di rispondere a queste nuove esigenze fu Takuan Soho, abate del maggior monastero Rinzai Zen di Kyoto. Egli rispose agli interrogativi della società Tokugawa, esponendo in particolare ai guerrieri come la condizione mentale caratteristica della realizzazione buddhista (la cosiddetta “non-mente” o mushin) si potesse sposare con il contesto di riferimento dei combattimenti di spada in cui sono in gioco la vita e la morte.

L’insegnamento di Takuan si rifà in parte all’insegnamento classico del Buddhismo Mahayama, ma allo stesso tempo si avvale di un nuovo utilizzo creativo caratteristico della sua scuola Zen che sfrutta forme tradizionalmente non buddhiste come strumenti attraverso i quali insegnare ai discepoli il processo di realizzazione buddhista (illuminazione). Tra queste incontrimo proprio lo studio della spada: la sua elaborazione della “mente-senza-la-mente” (Mushin-no-shin) e la pratica del kendo.

3. La tradizione e le lettere del monaco Takuan ad un maestro di spada

Le scelte di Takuan di utilizzare la spada come simbolo di riferimento e di utilizzare l’insegnamento della spada come strumento per il proprio messaggio, sono eccellenti indicatori della consapevolezza del monaco riguardo la tradizione Zen che lo precedette ed anche riguardo la necessità di risposta proveniente dai valori del suo pubblico di guerrieri.

Molteplici sono infatti i riferimenti e le metafore che coinvolgono la spada nella  millenaria tradizione buddhista. Nel Buddhismo classico indiano Mahayana, la spada è usata spesso come metafora della forza attribuita alla saggezza del Buddha e della capacità di perseverare nella realizzazione. Allo stesso modo nel Buddhismo Zen di origine cinese troviamo spesso allegorie di questo tipo come ad esempio “sguainare la spada per discutere della vita e della morte”, per rappresentare il momento di massima concentrazione nella meditazione del praticante oppure ancora viene chiamata “spada che dona la vita” l’abilità del maestro nel favorire l’illuminazione dei discepoli.

In Giappone troviamo infine sin dai tempi antichi la spada come simbolo mistico e religioso. Basti ricordare che il grande kami (spirito) del sole Amaterasu, donò la spada nota come “Marakumo-no-tsurugi” al primo leggendario imperatore Gimmu per stabilire la sua autorità sacra e sovrana sopra i diversi clan e le differenti divinità del Giappone, fondando l’origine divina ed il potere temporale della regalità.

Sotto questa influenza, alla classe guerriera fu presentato il momento dello scontro tra due combattenti come modo appropriato per spiegare gli insegnamenti dello Zen. In un certo senso il kendo o “la via della spada”, poneva di fronte ad una prova del funzionamento del concetto di “mente-senza-la-mente” proprio dello Zen, svilluppando un contesto di tensione tra la concentrazione necessaria al successo e la totale assenza di pensieri necessaria per la massima fluidità fisica e mentale. Takuan nelle sue lettere al maestro di spada Yagyu Munemori, propone il distacco, la “mente-senza-la-mente”, come unica chiave risolutiva di questa tensione tra concentrazione e fluidità. Queste lettere sono raccolte in un testo intitolato Fudochi shinmyo roku (Raccolta dei misteri della spada immobile).

Munemori non è un personaggio immaginario, bensì visse tra il 1527 e il 1606 e fu maestro della tradizione di spada conosciuta come shin kage ryu, uno stile rapido, caratterizzato da fulminei affondi e fendenti. Il fondatore della scuola fu il padre di Yagyu Munemori, maestro presso la famiglia Tokugawa.

4. La via Zen

Uno stile narrativo classico adottato dai maestri buddhisti era quello di scrivere commentari e letture per i propri discepoli, nei quali venivano esposti in modo sequenziale concetti polarmente opposti. In questi scritti veniva successivamente analizzata la tensione tra gli opposti per poi finalmente negare e trascendere le dicotomie al fine di gettare alcuni sguardi sulla realtà buddhista. Questo tipo di stile era sicuramente di stampo intellettualistico e creava una situazione di apprendimento attraverso la concettualizzazione dei valori proposti. Per il pensiero caratteristico del Buddhismo Zen però l’esperienza della manipolazione dei concetti, rappresenta solamente un limitatissimo aspetto della realtà. I processi di elaborazione mentale e gli strumenti concettuali sono infatti considerati funzionalmente inadeguati e incapaci per la rappresentazione della realtà. Questa può essere sperimentata nella totale fusione della mente, del corpo e del mondo che in giapponese è chiamata satori o “realizzazione”. Nell’insegnamento Zen “l’esperienza” è la chiave del processo di insegnamento che porta alla realizzazione.  La dottrina buddhista Zen si fonda infatti, come lo stesso Buddhismo Chán cinese da cui strettamente deriva, sul rifiuto di riconoscere l’autorità alle scritture tradizionali (sutra). Questo non significa che lo Zen rigetti le scritture buddhiste, tutt’altro, ma l’unica autorità che il Buddhismo Zen riconosce e su cui fonda il proprio insegnamento è l’esperienza ed in particolare la realizzazione che viene indicata come satori.

Quindi, se i discepoli possono essere istruiti ad apprendere la “mente-senza-la-mente” attraverso un’eperienza che hanno “sentito” e possibilmente condiviso, piuttosto che semplicemente attraverso delle astrazioni, la loro rivelazione della “mente-senza-la-mente” avrà un potenziale ed un significato molto maggiori. Questo tipo di esperienza è alla base della vita monastica Buddhista ed in particolare riguardo la relazione maestro-discepolo ed il processo di realizzazione all’interno delle scuole Zen.

Questa caratteristica interpretazione dello Zen ha una duplice conseguenza. Da una parte rende il Buddhismo Zen molto concreto e pratico, scevro da filosofismi. Banalizzando diremo che per Takuan la via per la realizzazione Zen non passa nel leggere e dibattere riguardo trattati di filosofia sulla “pienezza del nulla” [2]; non consiste nel definire per negazione la “mente-senza-la-mente”; non consiste nello studio di quanto “il nulla” sia indefinibile con gli strumenti ed i concetti del mondo reale; non consiste nelle speculazioni riguardo la fusione tra soggetto ed oggetto, eccetera, eccetera. La via per la realizzazione Zen consiste nel posizionarsi a gambe incrociate con gli occhi chiusi (zazen) e sperimentare la “mente-senza-la-mente”; consiste nel vivere la concentrazione e la durezza caratteristici della pratica della via della spada (kendo) e nello sperimentare come questa poco alla volta possa rivelare la realizzazione (satori).

Dicevamo un duplice aspetto, da una parte troviamo quindi estrema concretezza ed un approccio iniziatico; dall’altra, troviamo difficoltà nell’enunciazione e nel reperimento di materiale su questi insegnamenti, fatta eccezione per questa opera di Takuan Soho e poche altre. Il rifiuto delle concettualizzazioni porta infatti ad una chiusura verso qualsiasi insegnamento possa sembrare intellettualistico o filosofeggiante. Questa chiusura è acuita dalla sobrietà intellettuale di monaci e militari per i quali la semplicità è un valore di riferimento. Alle massime conseguenze, questo approccio può portare al disprezzo per ogni approfondimento puramente teorico, visto come eccessiva elucubrazione che tradisce la vera via: la via della realizzazione attraveso l’esperienza. Chi ha avuto contatti con i monaci Zen o con i maestri di discipline legate allo Zen (calligrafia, tiro con l’arco, spada, eccetera), conosce con chiarezza a cosa ci stiamo riferendo: si apprende praticando e “rubando con gli occhi” non con insegnamenti teorici, se non strettamente necessari. All’inizio è considerato normale fallire, ma non si ragionerà su questi fallimenti che sono considerati necessari a questa fase del percorso. Le allusioni alla realizzazione ed allo stato mentale, saranno sempre vaghe ed in secondo piano rispetto la pratica e l’esercizio, che diventano la vera essenza.

Ritornando al maestro Takuan, se egli avesse semplicemente descritto la “mente-senza-la-mente” come un singolo momento del proprio immaginario passato o di quello dei suoi discepoli, questa scelta avrebbe sofferto delle stesse limitazioni di un’astrazione filosofica. Ciò di cui aveva bisogno era un’immagine dinamica ricca di significati e di episodi, tale da rendere la scoperta della verità interessante e rilevante per la reale esperienza. Takuan scelse come immagine l’attività del combattimento con la spada; egli non scelse di spiegare cosa è la “mente-senza-la-mente”, ma scelse di descrivere come funziona e di invitare a praticarla. Più precisamente ai discepoli viene offerto di scoprire cosa sia la  “mente-senza-la-mente” attraverso la realizzazione di come funziona nel contesto di un’eperienza ben conosciuta: il combattimento con la spada.

5. La spada e lo Zen sono una cosa sola (Ken Zen Itchi)

L’operazione compiuta da Takuan nell’opera Fudochi Shinmyo roku può essere vista allo stesso tempo come una spiegazione della disciplina necessaria per compiere il percorso da principiante sino a maestro dell’arte della spada così come una spiegazione del processo di evoluzione proprio del kendo. Così egli si esprime nel primo capitolo “Soffrire e giacere a terra a causa  dell’ignoranza”:

“Ignoranza” (avydia) è una parola che significa “mancanza di consapevolezza” e si riferisce alla delusione. “Giacere a terra” indica una posizione dove ci si arresta o ci si ferma. All’interno del Dharma (legge) del Buddha esiste la pratica dei cinquantadue livelli verso l’illuminazione. In qualsiasi momento la mente si fermi su una singola cosa attraversando i cinquantadue livelli, ciò è conosciuto come “giacere al suolo”. “Giacere” ha il significato di distrarsi, quando ci si distrae in relazione ad una qualsiasi cosa, cioè quando la mente si sofferma su questa cosa.

Parlando in termini della tua arte marziale (la via della spada), si potrebbe verificare una singola occhiata ad un fendente e qualora la mente si concentrasse su questa circostanza, si fermerebbe sulla spada dell’avversario. Di fronte all’istante in cui l’avversario colpisce, qualora il suo colpo non venga anticipato, non ci dovrà essere nessuna riflessione persistente, né ansietà, né pensiero nocivo. Non si vedrà nessun colpo di spada successivo e la mente non si soffermerà assolutamente da nessuna parte.  Per trarre vantaggio in modo esatto da questa situazione, bisogna considerare la spada dell’avversario come il suo punto più vulnerabile. Impadronendosi dell’attacco quando la spada viene in avanti, la propria spada sarà in grado di influenzare ed esercitare pressione sull’opponente.

Se la mente si fermasse sul fendente dell’avversario o sul proprio fendente, o ancora sulla persona che porta il fendente o anche sulla prossima combinazione,  sul ritmo, o sull’incompiutezza degi attacchi, i propri movimenti sarebbero perduti  irrimediabilmente. Ciò significherebbe la possibilità di essere colpiti  irrimediabilmente. Non soffermare il pensiero su te stesso nè sull’avversario, se il pensiero incedesse sulla spada dell’avversario la tua mente sarebbe catturata dalla sua spada. Se la tua mente si fermasse su qualcuna di queste situazioni, non saresti altro che un cadavere.

La concentrazione del praticante di spada deve essere sviluppata come un’attenzione perfettamente uguale verso tutti i fattori della situazione: le caratteristiche dell’ambiente, gli strumenti utilizzati, i potenziali tecnici e stilistici, le passate esperienze del protagonista, i successi, i fallimenti, le critiche ricevute, eccetera, eccetera. Tutti i fattori rilevanti devono essere considerati come ugualmente significativi. Da questa equivalenza può discendere che tutti i fattori siano ugualmente importanti o che siano ugualmente insignificanti. Qualora qualsiasi aspetto o fattore divenga oggetto di attenzione o preoccupazione, la mente si fermerebbe sul quel fattore, anche se solo momentaneamente. L’obiettivo di cui stiamo parlando è invece l’azione, una situazione di movimento o lo scorrere dell’attività nei quali ogni fermarsi della mente è di ostacolo e rende la mente immobile e statica.

L’equivalenza nell’attenzione verso tutti i fattori richiede di stabilire l’armonia tra tutti gli aspetti della percezione da parte del praticante. Il praticante non solo deve relazionare tutti i fattori in un’armonia di valori equivalenti, ma deve anche relazionare se stesso e le sue azioni in questa relazione armoniosa. Egli stesso mentre agisce deve divenire armonia.

Si potrebbe distinguere come fece Takuan per il bene della sua platea, tra fattori esterni (ambiente, strumenti, materiali, etc.) e fattori interni (consapevolezza del praticante nel fare ciò che sta facendo, sforzi passati in relazione a fattori esterni ed interni, etc.), ma, come poi illustra lo stesso monaco, durante l’azione l’uomo di spada deve armonizzare la propria consapevolezza all’interno del flusso delle sue azioni come un’unità e deve lavorare all’interno di questa unità.

La tradizionale liberazione buddhista che consiste nella realizzazione dell’incalcolabile potenziale dell’universo come Dharma (legge del Buddha) è vista in questa ottica come uno stato nel quale la mente del praticante non si ferma e non indugia da nessuna parte. Questa assenza di ostacoli del praticante nel flusso dell’azione è la libertà che costituisce la base per la realizzazione del suo potenziale.

Nel secondo capitolo Takuan aggiunge circa la mente che non si ferma o persiste ovvero la mente-senza-la-mente:

“Ad esempio, dieci uomini, ognuno con una spada, attaccano la spada di uno solo.  Evitando una spada la mente di chi viene attaccato non si deve fermare su alcuna traiettoria. Con dieci uomini, ci saranno dieci menti in azione,  ma se la propria mente non indugia su nessun singolo uomo, dirigendo l’attenzione fluendo verso ogni avversario successivo, la situazione non sarà perduta. Se la tua mente viene a fermarsi su di una singola persona prima di te, anche nella circostanza in cui tu sia in grado di schivare un colpo, non sarai in grado di sfuggire quando saranno due. Il bodhisattva (essere risvegliato) Sahasra ha mille mani e con ognuna impugna un oggetto. Se la sua mente si fermasse sulla particolare mano che tiene un arco tutte le altre novecentonovantanove mani non potrebbero essere utilizzate. Se la mente non si sofferma su nessuna singola posizione, possono essere utilizzate tutte le mani. Come è possibile che un Kuan-yin (essere sacro) possieda mille braccia su di un singolo corpo? Quando viene scoperta l’immutabile saggezza buddhista, può essere prodotta una forma allo scopo di mostrare alle persone il significato dell’uso di mille braccia da parte di un unico corpo.

Immagina che qualcuno stia contemplando un albero solitario. Se uno guarda solamente una singola foglia rossa, non può vedere tutte le altre foglie. Se al contrario i suoi occhi non si posano su nessuna singola foglia e la mente non viene attirata da nessuna singola foglia, si vedranno tutte le foglie senza eccezione.  Se la mente non si sofferma su nessuna, verranno osservate tutte le migliaia di foglie contemporaneamente. Una persona con questa capacità è come Sahasra dalle mille braccia e dai mille occhi.”

La mente, lo spirito, il corpo, la spada e il mondo devono essere tutt’uno, devono funzionare all’unisono senza blocchi o interruzioni nella loro azione, devono fluire come un’unica entità questa è la-mente-senza-la-mente caratteristica della realizzazione.

(1) Nel testo viene usato il termine kendo nel significato di “studio delle tecniche e dei combattimenti di spada”,  senza operare nessuna distinzione con il termine kenjutsu. Allo stesso modo si parla di kendo come insegnamento attuato negli antichi ryu o scuole di spada. L’articolo nasce nel contesto degli studi religiosi sul lontano Oriente dell’Università del Wisconsin ed in questo contesto deve essere inquadrato.

(2)  Il riferimento non velato è al trattato filosofico di Hoseki Schinichi Hisamatsu (1889-1980) dal titolo “La pienezza del nulla – ovvero sull’essenza del buddismo zen”. Anche i concetti successivi sono ben rappresentati da questa opera nella quale molte pagine sono spese intorno all’indefinibilità del “non essere” buddhista ed alla difficoltà della sua enunciazione rispetto a termini di senso comune.

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