Musashi no Ken!

Proponiamo questo contributo scritto da un membro della nostra Accademia.



Aprile 1993, dopo un anno intero passato ad accumulare parsimoniosamente i sudati risparmi ottenuti dal mio primo lavoro, mi trovo finalmente in Giappone, e finalmente a Tōkyō, anche se solo per un giorno.
In quegli anni il Giappone era una località di vacanza assolutamente proibitiva, dai costi altissimi. Un luogo ancora forte di un fascino di oriente lontano e misterioso che in questi tempi di internet e di facile accessibilità ad ogni informazione e risorsa è sicuramente andato scemando.
Fra tutte le passioni e gli stimoli che l’avverato sogno di un viaggio nella terra del sol levante potevano smuovere nella testa e nel cuore di un ragazzo del tempo qual io ero, rimaneva la priorità di fare incetta di manga, i noti fumetti giapponesi, e materiale vario relativo ai miei personaggi preferiti degli anime, ossia i cartoni animati giapponesi di cui la mia generazione si era nutrita in dosi massicce.
Così, girovagando per le vie di Tōkyō, mi si para finalmente dinanzi un’enorme libreria con al suo interno un reparto di manga apparentemente senza fine, scaffali e scaffali stracolmi dei tanto agognati volumini. Spinto da un entusiasmo incontenibile in un attimo sono dentro, pronto a dilapidare in pochi minuti somme di danaro alacremente guadagnate e sicuramente degne di miglior spesa quando, frugando tra le interminabili serie di scaffali, mi ritrovo tra le mani un manga che non avevo mai veduto prima e che immediatamente cattura tutta la mia attenzione. Lo guardo, me lo rigiro tra le mani e ancora non riesco a crederci: “Un manga sul kendō!”
Lo stesso titolo mi è incomprensibile, non masticando al tempo che scarsissimi rudimenti di grammatica giapponese e possedendo solo una superficiale infarinatura di hiragana e katakana, per tacere dei kanji. Fatto sta che faccio incetta dello stesso, saccheggiando più negozi in cui mi imbatto durante questa mia fugace scorreria tokyota, fino a che, soddisfatto e senza più un soldo in tasca, riesco a mettere assieme ben otto volumini della serie – degli undici totali – usciti fino a quel giorno. I tre mancanti riuscirò ad ottenerli solamente al mio successivo viaggio tre anni dopo.
Scoprii così grazie all’aiuto di una mia insegnante giapponese di kendō che il titolo del manga che nel frattempo avevo sfogliato e risfogliato in continuazione, pur capendoci quasi nulla dei dialoghi, era “Musashi no Ken” ( 六三四の剣 ), ossia “La spada/colpo di Musashi”.

Questo Musashi è il protagonista del manga e viene chiamato così dai suoi genitori, entrambi forti ed esperti kendoka della polizia di Iwate, sia in omaggio al noto spadaccino Miyamoto Musashi, che unendo la data di nascita: nato il mese di giugno (六月, rokugatsu, roku è sei e si può leggere anche “Mu”), il terzo giorno (三日 mikka, “san” ma si può leggere anche “Sa”) alle ore 4 del pomeriggio (四時 yoji, quattro, si legge “Shi”).
L’autore e disegnatore è Motoka Murakami, e la storia iniziò ad essere serializzata sul settimanale della Shogakukan “Shōnen Sunday” tra aprile 1981 e ottobre 1985, per essere successivamente raccolta in volumi più volte negli anni ristampati. Ne è stata anche tratta una a mio avviso non particolarmente esaltante serie animata di settantadue episodi e relativi videogiochi.

Col passare degli anni di manga che hanno come tematica il kendō ne ho acquistati e letti diversi, ma “Musashi no Ken” ha sempre conservato un posto particolare dentro di me, e non solamente perché è stato il primo che ho scoperto, ma proprio perché qualitativamente rimane un’ampia spanna sopra tutto il resto. E’ un manga che ho letto e riletto, anche la sera fatidica in cui, dopo diversi anni di stop, presi la decisione di ricominciare a praticare la scherma giapponese.

“Musashi no Ken” è stato un manga popolarissimo in Giappone. Uscito in un momento storico in cui il kendō era arrivato al suo apice nella società giapponese per poi iniziare a scemare, ossia agli inizi degli anni ’80, grazie ad una trama ben sviluppata e ad un tratto piacevole ha conquistato negli anni tantissimi lettori non necessariamente appassionati o praticanti della nostra disciplina marziale. Certo, qualche esagerazione qua e là – che non manca mai nei manga sportivi giapponesi – la troviamo, tipo gente che vola fuori dalla finestre a seguito di uno tsuki o colpi di men che lasciano l’avversario a terra senza sensi…, ma senza particolari eccessi.

Non poche sono state negli anni le persone avvicinatesi al kendō al seguito della lettura del manga. Ho infatti testimonianza diretta di più di un hachidan che mi ha risposto con un sorriso complice al mio citare il manga in oggetto. Così come mi ha divertito e sorpreso leggere un’intervista su Kendō Nippon n° 360 (febbraio 2006) a Kenji Ōguma (Polizia di Hiroshima, 28 anni, yondan – al tempo dell’intervista – con all’attivo due partecipazioni alle fasi finali del Zen Nippon Kendō Senshūken Taikai), in cui la prima cosa che dichiarava l’intervistato è che quando era al primo anno delle scuole superiori, dopo averlo visto su “Musashi no Ken”, andò dal suo Maestro chiedendogli di insegnarli il jōdan no kamae.
Già, perché la peculiarità del manga è che il protagonista, Musashi Natsuki, usa combattere in jōdan no kamae, la stessa guardia con cui il padre, Eiichirō Natsuki vince nel terzo volume il campionato nazionale individuale. Vittoria con un tragico epilogo, morendo il padre di Musashi subito dopo aver vinto la finale, a seguito di una ferita alla gola causatagli da uno tsuki ricevuto in semifinale dal suo antagonista, Kunihiko Tōdō di Nara.

La storia si dipana poi sulla crescita e le vicissitudini, di kendō ma non solo, del piccolo Musashi, deciso ad onorare la morte del padre diventando anche un lui un fortissimo kenshi. Da qui la naturale scelta di adottare lo stesso kamae del padre. Vicissitudini che lo porteranno a girovagare il Giappone in un vero e proprio “musha shugyō” per affrontare avversari sempre più forti e, conseguentemente, migliorare il proprio kendō. Memorabile l’episodio in cui Musashi si reca a Kumamoto, nel Kyūshū, per sfidare un maestro di nitō ritiratosi a vivere in eremitaggio su di un’isoletta sulla penisola di Shimabara, il terribile Furusawa Hyōe.

La storia si conclude con l’undicesimo volumino dove assistiamo alla finale del campionato nazionale universitario individuale che mette di fronte il nostro Musashi e Shura Tōdō, figlio di quel Kunihiro che ha causato la morte del padre.

Personalmente devo qualcosa a questo manga, e questo articoletto è quindi un piccolo, personale omaggio ad un’opera a me molto cara.

Qui potrete leggere il primo episodio: http://websunday.net/museum/no12/no12.html

Sempre di Motoka Murakami alla prossima occasione vorrei parlare di un suo altro manga “Ron”, sempre relativo al kendō – e ne ha fatti diversi. Ambientato a Kyōto nel 1928, vede il protagonista studiare Kendō al Dai Nippon Budoku Kai sotto la direzione del famoso Maestro storicamente esistito Naitō Takaharu.
Ma, nel caso, ne riparleremo più avanti.

Maurizio Ricci

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