Intervista a Masashi Chiba sensei (Kendō Nippon n° 386, aprile 2008)

Da ora in avanti inizieremo a proporre nel blog articoli, video e interviste per conoscere meglio il maestro Chiba Masashi, hachidan hanshi.
Iniziamo con questa breve intervista pubblicata nel n° 386 di Kendō Nippon (aprile 2008).
Traduzione a cura di Emanuela Pirola. Adattamento a cura del “Circolo Jōdan Villa Pamphilj ”.






Sono mani di gran lunga più delicate di quanto immaginassi.

“Ora quasi non ho più vesciche, ma un tempo erano sempre scorticate, tanto da non avere più l’impronta del dito mignolo.
Infili un filo bianco in un ago, lo imbevi con il mercurio cromo e facendolo passare nella vescica l’acqua esce sul filo e il mercurio cromo rimane all’interno. Così facendo…”

Sono 50 anni. È trascorso mezzo secolo da quando il maestro Chiba Masashi ha impugnato per la prima volta lo shinai al primo anno delle scuole medie. Al tempo del liceo Kogota Nōrin, nella prefettura di Miyagi, dove ricevette una severa formazione superando i duri allenamenti del leggendario kendōka Nyūi Yoshihiro, soprannominato “Demone Bianco”, e anche dopo essere entrato nella polizia metropolitana di Tōkyō, presentato da vari famosi kendōka.
Man mano che prosegue il discorso, i vari vividi ricordi impressi nella mente tornano in flashback uno dopo l’altro.

“Al tempo del terzo anno di liceo mi fu detto dal maestro Nyūi di dedicarmi al jōdan, e da allora dopo avere fatto kakarigeiko in chūdan fino allo sfinimento mi diceva “Su, alza!” e mi faceva colpire 200 volte. E dicendomi “Ma cos’è quel modo di colpire!” mi faceva volare via lo shinai dalle mani. Non ci volle molto che da un iniziale fascinazione per il jōdan arrivassi a dire “Sensei, mi basta il chūdan.” Sentendo queste parole il Sensei si arrabbiava dicendo “Cosa!!!” e iniziava a tirarmi ripetutamente tsuki sul mune.
Avevo paura, avevo paura ma non potevo farci nulla, e sentendomi umiliato ogni volta che il Sensei mi anticipava con un degashira men, mi diceva “È questo, il jōdan è questa sensazione”. Mi ripeteva “Fuggire è deplorevole, jōdan è vincere tramite aiuchi”, ho pensato “Ah, è così dunque”.
Al Keishichō di Tōkyō ogni giorno era una battaglia contro la pressione che subivo. Avendo vinto molto giovane il campionato nazionale (Zen Nippon Kendō Senshuken Taikai), tutti si aspettavano a maggior ragione che io vincessi sempre.
Nonostante abbia rifiutato di ritirarmi e sia rimasto a Tōkyō, a volte, se avessi avuto un posto dove fuggire, avrei voluto lasciare il Keishichō e tornare in campagna; pensavo se non avessi avuto più le gare e mi lamentavo, e lamentandomi mi è anche accaduto di non riuscire a dormire la notte.
Fin dal risveglio pensavo “Anche oggi si arrabbieranno con me?” Kirikaeshi, kakarigeiko… quando entravo dove facevamo allenamento avevo le gambe paralizzate. Nonostante questo, quando si avvicinava uno shiai la mia mente mutava e pensava solamente “Devo farcela”, “Devo vincere”. Ho trascorso tutta la mia vita da atleta avendo sempre questo senso del dovere.”

Ha vinto il campionato nazionale giapponese per ben 3 volte. A 34 anni ha detto addio ad una vita da atleta coperta di gloria. Facendo così un nuovo passo, come hanshi, maestro e guida.

“C’è una severità da liceali per i liceali e una severità da adulti per gli adulti. Un maestro deve seguire la propria strada da solo e continuare a praticare. Per insegnare, oltre alla capacità di guidare, è necessario un tipo di pratica che possa diventare un modello e anche avere un determinato atteggiamento. Allenarsi a cogliere subito ogni occasione colpendo con fermezza, e bisogna che ciò sia fatto con sincerità. Ogni giorno è una lotta con se stessi. Sarebbe necessario uno sforzo tale da poter avere la fiducia in sé stessi che solo noi possiamo farlcela, non altre persone.
Nel kendō, in pratica, la cosa migliore è allenarsi nel dōjō poiché “è necessaria l’esperienza per acquisire una profonda conoscenza” (detto giapponese). Ma la sicurezza che in questo modo si è fatta propria si va trasformando in gentilezza una volta di fronte all’avversario.”

Nell’articolazione dell’indice e del mignolo nella parte in cui poggia la tsukagashira, rimane la durezza tipica del kendōka, che potrebbe anche dirsi “callo dello shinai”. Nonostante ciò la superficie è liscia e delicata. Abbiamo qui le mani di un esperto che sembrano aver lasciato sparire completamente tutto ciò che è inutile.

“Oggi capisco che per gli esseri umani fino alla morte non c’è tranquillità. Pensavo che una volta ritiratomi dalla vita d’atleta e dal Keishichō a Tōkyō mi sarei potuto adagiare… affatto (ride). Ma comunque, è piacevole. Un giorno in cui spensierato non mi alleno non arrivo ad ottenere nulla ed è noioso. Mi sento meglio i giorni in cui mi alleno. Mi piace però anche bere sake e mangiare. E quando parlo con gli altri riesco a fare conversazione sicuro di me.
Poiché il kendō è diventato il ritmo delle mie giornate, anzi no, di tutta una vita, ormai penso sia difficile trascorrere un’esistenza senza il kendō. Non credo ci sarà d’ora in poi e penso che dovrò continuare. Dato che è in questa maniera che sento piene emozioni.”







Su queste mani che per molti anni hanno continuato ad impugnare lo shinai sono impressi tutti i ricordi da kendōka, i ricordi degli shiai, la fiducia in sé stesso, la gioia, la sofferenza, il divertimento…
Il primo capitolo scritto sulle mani di Chiba Masashi, esperto del kamae di fuoco, narra delle tre vittorie al campionato nazionale giapponese.






3 dicembre 1972 (47° Shōwa), finale del campionato nazionale giapponese. Pensando “Se io del Keishichō perdessi indietreggiando sarebbe un’umiliazione”, Masashi Chiba sensei esegue il morote men con cui vince la finale contro Tetsuo Kawazoe, finale disputata da entrambi in jōdan no kamae.

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3 risposte a Intervista a Masashi Chiba sensei (Kendō Nippon n° 386, aprile 2008)

  1. Kenzo ha detto:

    Ecco, queste sono le storie che mi piace leggere lettera per lettera e frase per frase.
    Costui è davvero una grande persona, non solo nel kendo.
    Questo è il primo M A E S T R O che ho incontrato nella mia vita, e vedo che nel mio piccolo la grande passione per il kendo è comune, ogni giorno sempre con il pensiero di fare kendo e di studiare qualcosa di più.
    CHIBA SENSEI
    Domo Arigato

  2. ALETREVOR ha detto:

    Bellissima intervista, in ogni sua risposta c’è una lezione di vita. Si capisce molto bene che il kendo la reso una persona migliore.

    Mi permetto di dire che tutte le persone che abbiamo attorno a noi posso essere visti come maestri. 😉

    Complimenti di nuovo!!

  3. Pingback: Intervista a Walter Pomero « Kendo nelle Marche

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